PREMESSA

Cremona
, metà Cinquecento: un sacerdote non ancora trentasettenne muore. E' S. Antonio M. Zaccaria, il fondatore dei Barnabiti e delle Angeliche. Paolinamente devoto di Cristo Crocifisso, ha esteso la sua pietà a Maria madre del Crocifisso. E l'Addolorata pare debba essere la Madonna dei Barnabiti.
Roma, fine Cinquecento: un artista poco più che trentasettenne muore. E' Scipione Pulzone da Gaeta, formatosi alla scuola di Raffaello attraverso Jacopo del Conte. Ha dipinto una tela meravigliosa, raffigurante la Vergine in contemplazione del Figlio: scena vagheggiata, meditata, amata, dal momento che l'ha ripetuta in tre altri quadri. Quella tela è finita in un salotto romano e pare debba restarvi per sempre.
Non sapevano, quei due trentasettenni, d'essere in rapporto fra loro, nella mente di Dio, il quale attendeva l'ora propizia per attuare il suo piano.
Roma, 1677: dalla loro ex chiesa di S. Paolo alla Colonna i Barnabiti avevano portato con sé, nella nuova casa di S. Carlo, un magnifico affresco della Vergine. L'avevano collocato in cima allo scalone d'entrata; in quell'anno vollero trasferirlo sull'altare del coro superiore, dov'essi quotidianamente si radunavano per la preghiera. Ma era giunta l'ora di Dio. Mentre si staccava, l'affresco cadde e andò in mille frantumi, tra la costernazione dei Padri. L'architetto, per riparare la iattura, staccò, dal suo salotto una tela della Vergine e la donò ai Padri, che subito ne furono rapiti e la collocarono sull'altare del coro. Da quel giorno, la Madonnina del Pulzone divenne la mamma di casa.
La devozione si estese quando il P. Maffetti fece esporre una copia del quadro nella chiesa di S. Carlo ai Catinari in Roma. La dolcezza d'atteggiamento della Vergine e il titolo « Madre della divina Provvidenza » attirarono presto l'attenzione dei romani, che vi confluirono devoti e fiduciosi. Gli ex voto che tappezzarono presto le pareti della cappella testimoniarono l'attaccamento riconoscente dei fedeli e nel 1734 f u celebrata per la prima volta la lesta della « Madonna della Provvidenza ». Dieci anni più tardi papa Benedetto XIV ne approvò la Confraternita e l'arricchì di spirituali favori.
Da quel momento la devozione non ha cessato di propagarsi nel mondo. Papi, re, cardinali, principi diedero a gara il loro nome alla confraternita. Pio IX superò tutti nella devozione: l'ultima volta che celebrò la S. Messa davanti alla sacra immagine volle lasciarvi in dono gli arredi da lui usati per il divin sacrificio. Il Capitolo Vaticano nel 1888 cinse di preziosissimo diadema la fronte della Vergine; papa Leone XIII, accordando Messa e Ufficiatura proprie con rito doppio di prima classe, aumentò i privilegi già concessi dai predecessori. San Pio X volle ampliarli maggiormente qualche anno più tardi. Oggi, la dolce immagine della « Madonna della Provvidenza » ha riscosso le simpatie mondiali, specialmente da quando l'America l'ha scelta come immagine ufficiale per la « festa della mamma ». Essa veglia al capezzale d'ogni religioso Barnabita (decreto del P. Generale Nisser) e sorride fra le pareti d'ogni famiglia nella nostra parrocchia. Ci ripromettiamo che la nuova cappella incrementi nei cuori la vera devozione, fatta d'amore e d'imitazione.

Il progetto del santuario è del Prof. Aurelio Cetica. Fu approvato il 27 Luglio 1955; la bandíera italiana sventolò sul tetto del nuovo tempio il 18 Gennaio 1958, a festeggiare il termine della copertura dell'edificio. I pilastri, robusti e slanciati nello stesso tempo, fioriscono come steli a 24 m. d'altezza; i muri arditi non racchiudono la luce in uno spazio chiuso: i 254 m.' di vetrate antisteriche fanno solo da filtro, più spirituale che materiale, fra il grande tempio del creato e la dimora di Dio fra gli uomini. Gli 880 quintali di ferro legati ai 900 mc di cemento, non impediscono di trovare Dio, che è luce, nella luce del santuario innalzatosi leggero nel secolo del cemento armato.

 

La facciata, monumentale nella sua semplicità, è ornata da 13 statue di pietra di Vicenza « San Gottardo », scolpite nei noti laboratori « Crosara, Matteazzi e Spagnolo ».
Le figure del Redentore e dei 12 Apostoli, collocate fra il portale solenne e i finestroni ricchi di cielo, sono ieratiche nel loro schematismo e nella loro fissità, ma sono anche umane e vicine alla nostra storia di ogni giorno. Quasi ad indicare che, fra il nostro affannoso andare verso Dio e l'irrompere di Dio nella storia e nelle anime, abbiamo bisogno di una mediazione umano-divina che si manifesta nella realtà dell'Uomo-Dio e nel prolungamento della Chiesa, fondata, oltre che su Cristo, sulla vita, il martirio e la predicazione degli Apostoli.


 

La « Chiesina », sorta per virtù di Provvidenza dinanzi allo scenario fiesolano, « piccola e linda come un sogno di adolescente » (come ha scritto francescanamente Alfredo Cazzola ), non bastava più. Il 16 Novembre 1947, con fiducia grande in Dio e nella generosità del popolo, si pose la prima pietra, iniziando così la costruzione della cripta. Venne inaugurata con grande solennità il 18 Marzo 1951 alla presenza del P. Idelfonso M. Clerici, Proposto Generale dei Padri Barnabiti. In questa cripta, sacerdoti e fedeli hanno gioito, sperato e pregato fino al 10 Ottobre 1959, giorno della consacrazione della nuova chiesa. La cripta non è quindi soltanto una chiesa sotterranea, robusta nelle sue ossature e mistica nella sua calda penombra, ma è soprattutto una tappa nella storia del Santuario della Madonna della Provvidenza: come le catacombe.

Coloro che entrano nella chiesa della Madonna della Provvidenza alla ricerca di un'atmosfera sacra, si vengono a trovare in uno spazio ampio e luminoso, tutto orientato verso lo splendore del vasto presbiterio, dove, tra la cattedra e l'ambone, si estende la candida mole della mensa eucaristica. Il tabernacolo spicca sopraelevato sulla parete di fondo, verso il ramo verticale della grande croce che vi pende. Tutto è disposto in modo che dal guardare al contemplare e al pregare il passo è breve; anche perché, in questo tempio, sembra che la zona riservata al popolo di Dio si innesti profondamente in quella del mistero eucaristico.

I1 presbiterio, spazioso armonico e prezioso, dopo i lavori di trasformazione inaugurati il 17 Dicembre 1967, si potrebbe definire « lo spazio vitale della carità eucaristica e della sapienza della parola ».
La grande mensa del sacrificio, l'ambone per la proclamazione della parola di Dio, la cattedra per il presidente dell'assemblea liturgica, il tabernacolo della presenza di Cristo : ecco gli elementi che formano, sulla luminosa pedana di cipollino verde e di    « Trani » lucidato, il luogo e l'atmosfera dove i viandanti ancora ritrovano e riconoscono Dio che parla, nutre e conforta.
Il marmo è bianco calacata e statuario leggermente venato. Gli smalti simbolici che ravvivano l'ambone, la cattedra e il tabernacolo sono della Ditta « Quagli » di Firenze.

 

I1 grande Crocifisso che domina il presbiterio e l'aula dell'assemblea è dello scultore Mario Silipigni.
La croce, internamente a tre strati di « vaca » d'America, è rivestita di mogano naturale. Il Cristo è scolpito nel tiglio bianco lucidato. Il Cristo dorme nell'impassibilità della morte, dopo gli strazi della lunga passione e dell'agonia atroce. La carne, che è stata maciullata come il grano è tritato dalla macina impietosa, sembra essere ritornata bambina, come quando fu accolta con trepidazione materna a Betlem dalle mani pure della Vergine. Dello stesso scultore sono anche le stazioni della Via Crucis.

 

L'idea-base che ha condotto i progettisti, i Professori Aurelio e Pier Angelo Cetica, nel disegnare la cappella della Madonna della Provvidenza, è stata quella di preparare un luogo solenne e prezioso, per collocare il quadro della Madonna, per poter così continuare e intensificare il nostro culto di venerazione alla Madre del cielo.
Quasi un tempietto incastonato nella grande aula dell'assemblea cristiana; incorporata però in modo da non distogliere l'attenzione dalla centralità del sacrificio eucaristico, concretizzato nei suoi elementi materiali: altare, tabernacolo, cattedra, ambone. Il marmo, calacata dorato, è venato e lavorato per impreziosire la cappella, che diventa quasi uno scrigno per contenere l'immagine della Vergine e raccogliere le nostre lodi e le nostre preghiere.

 

Tutte le decorazioni e le sculture in marmo della cappella sono state eseguite nei laboratori di Pietrasanta, secondo i disegni del Prof. Emanuele Ancillotti.
Nel dorsale della cattedra è raffigurato con mano sicura la Chiesa (l'oasi) fecondata dallo Spirito Santo (la colomba). La Chiesa è la mistica oasi nel deserto del mondo. Nell'Oasi l'acqua della rivelazione e della grazia zampilla fino a produrre frutti di vita eterna. Nell'Oasi convengono ansiosi i pellegrini della terra in cerca di refrigerio e di bontà. Nell'Oasi tutti si ritrovano fratelli, perché si riconoscono figli dell'unico Padre che sta nei cieli.

 

Il movimento del rivestimento marmoreo, di tipo absidale, converge in una grande croce composta di quattro pannelli ricchi di disegni ornamentali. L'albero della vita avvolge ed esalta, con rami e fronde armonicamente intrecciati a figure simboliche, l'effigie della Madonna, collocata alla confluenza del tronco verticale con quello orizzontale. L'albero della vita parte dall'infinito, dall'eternità del disegno di Dio. È sostenuto da due leoni rampanti, simboli della forte costanza di Dio nell'inseguire l'uomo col suo implacabile amore.
Il giglio, che fiorisce improvviso sotto il quadro della Madonna, vuol essere un piccolo omaggio, di Firenze e dei figli di S. Antonio M. Zaccaria, a Maria « giglio delle convalli ».

 

La parola di Dio nella Bibbia non si manifesta solo nelle folgorazioni del Sinai, nelle chiamate clamorose dei Profeti, nei lamenti angosciati di Giobbe. Prima di diventare parabola nell'Evangelo, la parola di Dio si è dimessamente calata nei paragoni semplici di oggetti, animali, immagini di ogni giorno. Il Verbo di Dio, prima di farsi carne, si è fatto confronto, accostamento, apologo, linguaggio umano. Uno dei paragoni più belli e più veri dell'Antico Testamento è certamente quello del cervo assetato; l'anima anela alla salvezza con la stessa intensità con cui il cervo cerca l'acqua di sorgente. Anche l'uomo, da persona assetata di Dio, può diventare sicuro e stabile come una torre; sicuro e stabile in Dio come Maria.

Il simbolismo continua. Lo scultore ha fatto uscire dal marmo e dalla fantasia questo pavone e questo giglio longilinei, che si fondono e si integrano a vicenda. Secondo l'antica iconografia il pavone e il giglio raffigurano rispettivamente l'immortalità e la purezza. Applicati a Maria tali simboli hanno un significato solare. La nostra devozione, oltre che la nostra fede, ci portano a contemplare Maria immacolata e sempre vergine, unita a Dio fino ad esserne madre. La simbologia di questo pannello ci può far riflettere su questa realtà del nostro spirito: la strada per ritrovare il nostro vero mondo è quella di ritornare puri come Dio ci aveva creati. Per questo il pavone succhia con passione la sua immortalità dal giglio che tende al cielo.

 

L'albero della vita diventa croce; e sulla croce muore l'autore della vita, Cristo Signore. L'apparente sconfitta del Calvario porta frutti di salvezza: frutti. abbondanti e duraturi.
Notare il contrasto fra i candidi simboli del marmo e l'aspro rialzo del Crocefisso di bronzo. Forse ad indicare che i frutti migliori sono quelli che cogliamo dal nodoso albero del dolore, sulla nuda balza del Golgota, in perfetta solitudine.
Il Cristo crocefisso è opera dello scultore Paride Bernucci. Modellando, con mano vigorosa d'artista e cuore buono di cristiano, il corpo martoriato del Redentore, ha ritrovato in se stesso l'ímmagine dell'Uomo dei dolori. E Cristo gli ha sorriso.