RIVOLTI, COME GESU’, VERSO IL SENO DEL PADRE (cf. Gv 1,18).
IL BISOGNO DI DIO PADRE.
Quale uomo non ha mai sentito il bisogno di Dio che è Padre? Quale persona non ha mai alzato gli
occhi verso il cielo, nella speranza, almeno, di incrociare il proprio sguardo con quello di Dio
Padre o di avere Uno che lo pensi, lo scruti e lo ami dal profondo?
Il bisogno di Dio Padre è un’esperienza angosciante e meravigliosa allo stesso tempo.
Angosciante, perché è spesso gridato dal cuore di uomini lacerati dall’ingiustizia, di persone che non hanno più nessuno a cui rivolgersi, di poveri che non hanno pace, di malati che non hanno assistenza, di afflitti che non trovano più una consolazione.
Meravigliosa, perché è uno straordinario richiamo per la fede, una molla che spinge l’uomo a guardare oltre se stesso, una sete immensa di amore e di comunione, la nostalgia che ci porta a scoprire che questo Dio è davvero vicino, è un Padre dolcissimo.
L’UOMO LACERATO DALL’INGIUSTIZIA.
Dice il profeta Amos: "Così dice il Signore: ‘Per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto, perché hanno venduto il giusto per denaro e l’indigente per un paio di sandali; essi che calpestano come polvere della terra la testa dei deboli e fanno deviare il cammino dei miseri; e padre e figlio vanno dalla stessa ragazza’…" (2,6-7).
Il saddìk, il giusto, è venduto per denaro. E’capitato a Cristo, capita anche ai suoi seguaci. Molte volte, per l’interesse personale, economico, politico, chi è giusto si trova "venduto", scaricato impietosamente da chi gli sta accanto, chiunque sia. Questo è un terreno sul quale insorge il bisogno di Dio. Il Salmista, ad esempio, si rivolge accorato a Dio: "‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza’…invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo"(22, 2-3): Isaia, addirittura, fa intravedere l’appagamento del bisogno e dice a proposito del giusto servo di Dio: "Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza…" (53, 11).
L’ebiòn, l’indigente, è venduto per un paio di sandali. L’indigente, addirittura, non è venduto: è "svenduto", scambiato con la misera merce di un paio di sandali. Le persone che non contano, che sono solo numeri, che non hanno voce in capitolo (e sono tante!) non hanno a chi rivolgersi, perché vengono sempre e comunque messe da parte e in inferiorità. Egli eleva il suo grido di disperazione al Signore ed infine è costretto, con sua sorpresa, ad esclamare: "Chi è come te, Signore, che liberi il debole dal più forte, il misero e l’indigente dal predatore?" (Sal 35, 10)
Il dal, il debole, è calpestato come polvere nella sua intelligenza e nei suoi diritti e l’anaw, il misero, è costretto a fare scelte che non vorrebbe fare, imboccando una via che lo porta fuori strada. Proprio in queste persone sorge forte la consapevolezza che soltanto Dio le possa davvero aiutare.
PERSONE CHE NON HANNO PIU’ NESSUNO CUI RIVOLGERSI.
"Signore, quanti sono i miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti di me vanno dicendo: ‘Neppure Dio lo salva!’ Ma tu, Signore, sei mia difesa, tu sei mia gloria e sollevi il mio capo" (Sal 3, 2-4).
Ci sono momenti nella vita, nei quali davvero non si riesce a intravedere alcuna via di uscita. Talvolta le persone che si hanno intorno, invece di comprenderci ed aiutarci, non fanno che peggiorare la nostra amarezza. Anche coloro che dovrebbero essere più attenti e sensibili (familiari, credenti, persone che ricoprono incarichi di responsabilità, ecc.) spesso non comprendono, non aiutano, non bastano. Le situazioni si insediano opprimenti e intorno a noi si ode un coro di maligni o di stolti che quasi o decisamente godono della nostra imminente rovina ("Ormai sei un uomo finito…"). Proprio da questa situazione nasce una grande scoperta, che si irradia dal profondo del nostro cuore: "Ma tu, Signore, sei mia difesa, tu sei mia gloria e sollevi il mio capo".
Quel "Ma tu, Signore" ci sta a dire che tutto può anche andare anche storto, ma il Signore sarà sempre con noi. Difesa, Gloria, Sollevi il mio capo. Il Signore prima ci protegge dal male che ci opprimeva; poi ci dà vittoria su di esso; infine ci fa letteralmente trionfare: questi sono i miracoli della fede nell’Amore di Dio che salva.
POVERI CHE NON HANNO PACE.
"Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi di illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Se mi corico dico: ‘Quando mi alzerò?’ Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all’alba" (Gb 7, 2-4).
Ci sono persone che non hanno pace e per molto tempo. Il brano che ci descrive il calvario di Giobbe è assai adatto per loro. Lo schiavo, che già come tale è oppresso, aspetta l’ombra della notte, per essere prosciolto dalle dure mansioni che deve effettuare durante il giorno. Ma il suo desiderio lo porterà verso una pausa lavorativa, non verso la vera salvezza. Il mercenario, che non aderisce interiormente a ciò che fa, ma agisce per puro denaro, attende proprio i soldi e niente più. Ma rimane sempre un povero, giacché la sua vita è venduta, non impiegata: la sua vita, in realtà, non gli appartiene affatto. Per questo il povero, un po’ schiavo e un po’ mercenario, si vede tramutare il tempo a disposizione in una catena inesauribile di illusioni e la notte, invece di ritemprarlo con un sonno lieto, diventa il teatro di un gemito continuo. Ma c’è di più! Come il mercenario scopre che il salario che cercava è una illusione, non lo soddisfa e non lo gratifica e come lo schiavo si accorge che anche la notte non è altro che un dolore per lui, così il povero non ha pace né il giorno né la notte. Di giorno, infatti, aspetta la notte e di notte aspetta l’alba, pur sapendo che non ci sarà comunque cambiamento. Da una situazione così apparentemente disperata, può emergere potente il bisogno di Dio Padre, come di Colui che elargisce il dono della pace.
Anche dalle situazioni di malattia e di afflizione, lo sguardo si può levare potente verso il Padre.
UN FORTE RICHIAMO PER LA FEDE.
Ci sono però anche moltissimi aspetti meravigliosi nel bisogno di Dio. Esso, ad esempio, ci spinge decisamente verso la fede.
"O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode…" (Sal 63, 1-4).
E’ un Dio talmente prezioso che sin dal mattino è cercato da colui e da colei che l’hanno scoperto come proprio Dio ("Tu sei il mio Dio"). Il bisogno di Dio è qualcosa di radicale, di estremo: ogni nostra fibra ne è pervasa. Il testo usa basar, che è l’uomo nella sua finitezza creaturale. L’uomo è una creatura che cerca bramosamente il suo compimento nel suo Creatore, giacché, da solo, l’uomo non potrebbe esistere. Il Concilio Vaticano II dice: "Senza il Creatore, la creatura svanisce" (Gaudium et Spes 36). L’uomo è come la terra del deserto di Giuda o dei deserti afro-asiatici, che sembra sempre in disperata ricerca di acqua. Laddove c’è acqua nel deserto, si notano vegetazioni lussureggianti, che proliferano quasi all’improvviso. Chi non ha mai provato una grande tristezza e dopo avere pregato e dopo avere incontrato il Signore, non è stato colto da una immensa gioia?
Ma la ricerca di Dio nella propria vita si estende anche al momento della liturgia, della esperienza comunitaria della fede, in Chiesa ("Così nel santuario ti ho cercato…"). Il punto più alto della ricerca avviene quando il cuore dell’uomo si innalza verso Dio a tal punto da capire che Egli è più grande della nostra vita: proprio allora nasce una gratitudine immensa nei confronti di Dio, che ci ha donato la nostra vita perché Lo potessimo godere in eterno.
UNA MOLLA CHE SPINGE L’UOMO AD ANDARE OLTRE SE STESSO.
"Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua’. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia" (Lc 19, 1-6).
Zaccheo era ricco, ma sapeva bene di essere assai povero agli occhi di Dio. Basso di statura, non esitò, bisognoso di Dio, ad andare oltre se stesso, a salire sopra una pianta che produce una specie gustosa di fichi piccoli. Il bisogno di Dio ci fa compiere cose stupende, perché, se viene seguito
con rettitudine di cuore, Dio stesso ci viene incontro e ci dice: "Oggi devo fermarmi a casa tua!" Tra le grazie di cui necessitiamo, la più urgente è proprio quella della Sua Presenza, nella preghiera, nella vita, nell’Eucarestia. Questa non ci mancherà mai, dato che Cristo ha detto: "Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20).
UNA SETE IMMENSA DI AMORE E DI COMUNIONE.
"Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15, 9-11).
Il bisogno di Dio si esprime fondamentalmente con una sete immensa di amore e di comunione. Per questo il Padre, nel dare se stesso al Figlio, nel colmare il Suo bisogno, si comunica a Lui nell’amore, per essere con Lui una cosa sola. Il nostro bisogno sincero di Dio si manifesta, in particolare, nell’osservanza dei comandamenti di Dio (primo fra tutti quello dell’amore), che ci garantisce di rimanere dentro l’amore e la comunione con Dio che abbiamo ricevuto. L’amore e la comunione sono il frutto dell’incontro con Dio, la via sublime nella quale l’uomo realizza il soddisfacimento dei suoi bisogni più grandi: donarsi (e riceversi) e vincere la solitudine. In Gesù c’è una struggente nostalgia del Padre, che lo porta a desiderare fortemente di riunirsi al più presto con Lui. Infatti, tutta la vita di Gesù è rivolta costantemente verso il "seno" del Padre (cf. Gv 1,18), verso una ricerca di profonda intimità con il Padre. Nel discepolo che appoggia il capo sul petto di Gesù nell’Ultima Cena (Gv 13, 25) c’è insieme la nostalgia, il bisogno e l’aspirazione di ciascuno di noi ad unirsi a Gesù e, tramite Gesù, ad essere una cosa sola anche con il Padre. E’ sete di quell’incontro nel quale Dio Padre si dona a noi nello splendore della sua dolcezza, nella smisurata immensità della sua tenerezza.
DOMANDE PER LA MEDITAZIONE PERSONALE.
L’INCONTRO CON DIO PADRE E LA SUA TENEREZZA VERSO DI NOI.
IL SIGNORE DEGLI ESERCITI, L’ALTISSIMO, L’ONNIPOTENTE.
L’immagine prevalente di Dio Padre che abbiamo di fronte agli occhi è quella o quelle dell’Antico Testamento. Un Padre senza dubbio capace di destare stupore nel credente di oggi, quando, ad esempio, si presenta agli occhi di Israele come il "Signore degli Eserciti", "Adonai Sebaot" come Colui che combatte a fianco di Israele con mano potente e braccio teso. Un Dio che comanda lo sterminio dei nemici di Israele, senza che alcuno sopravviva (cf., ad es., Deuteronomio 20). D’altra parte, questo comando non intenderebbe di per sé uccidere per il gusto di uccidere, ma vuol togliere il male che i nemici di Israele possono fare al popolo ebreo, conducendoli verso l’adorazione di falsi dei. Infatti, fino all’avvento di Cristo (es. episodio dell’adultera, Gv 8), non si fa distinzione tra il peccatore e il peccato. Nell’episodio dell’adultera, ad esempio, si condanna il peccato e si comanda di non farlo più, ma la peccatrice viene perdonata: "Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più" (Gv 8,11). La legge di Mosé prescriveva che l’adultera, l’omicida, il bestemmiatore e altri tipi di peccatori fossero messi a morte. Anche qui si vede che Dio, che ha scelto Israele per iniziare la storia della salvezza, non fa preferenze di persone: se i nemici idolatri di Israele vogliono convertire Israele all’idolatria, li fa sterminare; lo stesso trattamento è riservato agli Israeliti che compiono grandi peccati contro Dio e contro l’uomo. Per questo sbagliano pienamente quegli Ebrei (dell’ala più rigorosa), i quali si sentono superiori agli altri uomini solo perché Dio li ha scelti come popolo della salvezza: infatti, di fronte alla legge di Dio, l’Ebreo non è mai stato trattato meglio del non Ebreo (si pensi ai peccati del re Davide).
Bisogna aggiungere anche il criterio della pedagogia divina. I popoli veterotestamentari erano violenti, abituati a misurarsi nelle tecniche militari, a conquistarsi i terreni con l’uso delle armi e con l’abitudine di depredare i nemici e di farli prigionieri. Per avvicinarli, Dio si presenta loro come "il Dio forte, potente in battaglia". Quando Israele vince, interpreta la vittoria come favore divino, ma capisce pure che Dio lo fa vincere perché Israele compie la sua volontà e dimostra ai popoli che il Dio di Israele è un Dio che fa il bene e che ama il bene. Non per niente quando Israele si allontana da Dio, perde le battaglie e quando torna a lui, riprende prima o poi a vincere. Dio usa il mondo rozzo degli scontri militari, pane quotidiano per i popoli antichi, per andare oltre e mostrare loro quanto sia necessario credere in Lui e vivere per Lui.
Negli strati più antichi della Bibbia, Dio è presentato come l’Altissimo ("Eljon") e l’Onnipotente ("Shaddai"). Altissimo perché abita i cieli inaccessibili. Il cielo è sempre stato visto dalle religioni come la dimora di Dio. Il termine "Dio" significa "lo Splendente", "l’Abitatore dei Cieli". Questo non vuol dire che Dio abiti nello spazio sopra di noi, ma che Dio è ben più grande di quanto possiamo immaginare o pensare. Inoltre, Dio è Onnipotente, nel senso che niente Gli è impossibile, tutto Egli può.
LA RIVELAZIONE DEL NOME DI DIO.
Un passo importante, nella rivelazione di Sé agli uomini da parte di Dio, l’abbiamo nella storia di Mosé, di fronte al roveto che arde e non si consuma (Es 3). Dio rivela il suo nome a Mosé: "Io Sono colui che Sono"(Es 3,14: "Ehjeh asher Ehjeh"). Questa espressione, in realtà, non vuole dare una definizione rigida e rigorosa di Dio. Può significare che Dio è l’Essere Supremo, Colui che più e meglio di tutti è grande per quel che è, Colui da cui nasce ogni forma di esistenza, l’Essere per eccellenza. Ma ancor di più, l’espressione vuole significare che la Natura di Dio la scopriremo sulla nostra pelle, la nostra vita è l’occasione per ricevere e gustare le meraviglie che Dio ci donerà. Un Dio, dunque, che non può essere ingabbiato in formule e in ideologie, ma quel Dio che è proprio conoscibile nella bontà che ci dona, nella tenerezza che usa verso di noi: un Dio che esiste per donare se stesso, per amare gli altri. Di fronte a Lui, Mosé si vela il capo perché ha paura, ma scopre un volto nuovo di Dio che è invece assai rassicurante.
Dio aggiunse a Mosé: "Dirai agli Israeliti: il Signore, il Dio dei vostri Padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione (Es 3,15).
Queste parole sono la garanzia che, per sempre, Dio userà benevolenza e amore verso coloro che credono in Lui.
DIO PADRE E MADRE.
Un’altra grande rivelazione su Dio l’abbiamo quando Egli si presenta all’umanità come un Padre. E’ innegabile che, nella maggior parte dei casi, quando si pensa ai propri genitori, si pensa a persone che ci hanno voluto bene. Un bene talmente grande da trasmetterci il dono della vita e da prepararci ad affrontare la vita avendo alle spalle il calore dell’amore e la sicurezza di essere importanti per loro.
L’Antico Testamento conosce già Dio come Padre e addirittura come Madre.
Dice il profeta Osea: "Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare…" (11, 1-4).
Questa splendida immagine di Dio la dice lunga su quanto egli davvero ci ami e cerchi di entrare nella nostra vita. Dice però molto anche di quanto l’uomo, con la sua malvagità, faccia patire Dio. In fondo, tutte le sofferenze che i figli procurano ai genitori ingiustamente, Dio stesso le ha già provate e le prova su di sé. La domanda che viene a molti: "Ma Dio perché non interviene?" andrebbe invece rigirata: "Perché più Dio ama gli uomini, più essi si allontanano da Lui?"
Ma, abbiamo detto, Dio si presenta pure come Madre. "Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati" (Is 66,13).
Nessuno sa consolare più di una madre che ama il figlio. E Dio è anche Madre. Il fatto che lo si chiami Padre, di solito, è perché così lo ha chiamato Gesù e forse, ai suoi tempi, insistere troppo su Dio Madre avrebbe rischiato di provocare scandalo. Evidentemente Dio è autoritario come un padre e tenero come una madre. Ha un modo premuroso di avvicinarci come farebbero entrambi i nostri genitori assieme. Ma la Bibbia, conoscendo la piccolezza umana, afferma: "Se anche tua madre ti abbandonasse, io però non ti lascerò…". Anche se i genitori fossero dei criminali, Dio però ci ama lo stesso e ci fa capire che la sua paternità/maternità è molto superiore a quella umana.
DIO PADRE IN GESU’ CRISTO.
Come abbiamo visto, l’Antico Testamento presenta già delle immagini molto grandi e interessanti sulla natura di Dio, ma è con Gesù che si hanno elementi più tangibili dell’amore del Padre per noi.
Nell’Antico Testamento Dio si era fatto conoscere come Unico, come Creatore, come Padre.
E’ Dio di Giustizia e Dio d’Amore. Con Gesù abbiamo altre rivelazioni straordinarie: il Padre si rende visibile mediante il Figlio: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14, 9). Con Gesù non abbiamo più presente un Dio per sentito dire o perché grandi personaggi l’hanno incontrato e ne hanno parlato (Abramo, Mosé, Elia, ecc.). Con Gesù ciascuno di noi ha accesso al Padre.
Come Gesù e in Gesù, ciascuno di noi dice "Padre Nostro…".
Possiamo azzardare una considerazione. Nell’Antico Testamento c’è un Dio che sa fare da Padre, ma i figli imparano davvero a sentirsi figli solo quando viene loro incontro Gesù. E’ così anche nella vita. Quante volte i figli capiscono il valore dei loro genitori soltanto a distanza di tempo. E quale figlio si dà pena per capire l’amore del genitore, quando è ancora piccolo? Non pretenderà invece l’intervento dei genitori come qualcosa che gli è dovuto?
Il fatto straordinario che il Vangelo ci insegna è che tutto quello che Gesù fa, lo compie per mostrare a noi chi è il Padre.
Il Dio di Gesù è proprio come Gesù: soffre per l’uomo; lo guarisce; lo libera dal male; lo consola; ama i poveri e i disgraziati; ha pazienza; è dolce con le persone cattive; dà la propria vita per l’uomo.
Non ha senso farsi un’idea del Padre diversa da quella che si ha di Gesù. Se Gesù ti ama ed è così disponibile per te, vuol dire che il Padre ti sta amando ed è disponibile per te. Non era sufficiente che Dio ci amasse "dal Cielo"; bisognava che ci amasse con le mani, con la mente e con il cuore di Gesù. Dio ci ama come uomo più di un uomo.
La vera misura dell’Amore di Dio Padre per noi l’abbiamo nell’evento insuperabile della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. Se è vero che Cristo e non il Padre è salito sulla croce, è anche vero che morendo e risorgendo dai morti, Gesù ha mostrato di nuovo come il Padre ci ama. Anche il Padre soffre per il male che facciamo, è umiliato perché l’uomo lo respinge, muore per amore nostro: e risorge come fonte inesauribile di ogni bene e gioisce in maniera smisurata quando trova la pecorella perduta e riabbraccia il figliolo prodigo, uccidendo per lui il vitello grasso.
DIO NOSTRO PADRE IN GESU’ NELLA POTENZA DELLO SPIRITO SANTO.
Ma la resurrezione nell’Amore, può avvenire solo nella potenza dello Spirito Santo dell’Amore. Se lo Spirito Santo non facesse risorgere il Cristo dai morti, l’Amore del Padre nel Figlio sarebbe un gesto estremo e meraviglioso, ma, con la morte di Gesù, decreterebbe il fallimento dell’opera di Dio nei nostri confronti. Lo Spirito invece ci garantisce che l’Amore di Dio, anche quando sembra avere fallito del tutto, ha il potere di risorgere e di farci risorgere, non è mai versato invano:
"Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà, Padre!’ Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (Rom 8, 14-17).