CONSACRAZIONE DEL TEMPIO E SENSO DELLA MEMORIA.
Appunti per una conversazione.
Premessa.
Il titolo di questa conversazione può apparire altisonante e pretenzioso, in sostanza descrive una realtà che noi viviamo ma di cui troppo poco siamo consapevoli. Le riflessioni che seguiranno sono il seguito di quanto detto e pregato nella recente Settimana Eucaristica (12-17 ottobre 2009) e il contesto dal quale scaturiscono sono le celebrazioni iniziali del 50° della Consacrazione della nostra chiesa parrocchiale (11 ottobre 2009).
Proviamo a muovere i primi passi in questo itinerario aiutandoci con la Sacra Scrittura.
Procederemo per gradi, secondo l’antico adagio di Sant’ Antonio Maria Zaccaria, quasi in forma didattica, approfondendo ciascun termine del titolo per approdare a una sintesi finale. I vari passaggi saranno scanditi da una serie di domande che tendono a rendere più personale la riflessione.
Consacrazione.
Per la nostra mentalità cristiana la consacrazione è in rapporto con la sovranità di Dio e il culto spirituale a lui dovuto; indica pertanto le persone, cose o luoghi da lui prescelti e dedicati in modo speciale a rendergli lode e gloria. Possiamo distinguere perciò due forme di consacrazione: quella delle persone e quella degli oggetti. La prima si inserisce ontologicamente in una vita, in una esistenza, ed esige una risposta responsabile, la seconda indica invece un cambiamento di significato e di finalità della cosa o del luogo consacrati.
In questa conversazione ci occuperemo di questo secondo ambito della consacrazione. Attraverso di essa le realtà vengono separate dal loro uso profano e dedicate al culto di Dio; avviene un cambiamento di significato e di finalità, così che una lastra di pietra o marmo diventa un altare, un edificio diventa una chiesa. Anche se ancora conservano il loro simbolismo naturale che le rende appunto capaci di significare una nuova realtà, diventano cose sacre, dedicate ormai per sempre al culto di Dio, e perciò degne della massima cura e del più grande rispetto.
Alcune conseguenze.
Con quale atteggiamento mi pongo di fronte alle cose sacre? Curo questo atteggiamento o lo do per scontato? Su questo tema trovo differenza tra la mia generazione e le generazioni più giovani?
Tempio.
Nell’ Antico Testamento il tempio è il luogo della presenza di Dio (2Crn 7,1; Is 6,1: Ez 43,5; 44,4) il luogo della preghiera (Sal 5,8 ; Sal 29,9), il luogo del sacrificio. Attraverso la pratica cultuale dei sacrifici il tempio diventa il luogo della comunione con Dio. Sotto la spinta riformatrice dei profeti e attraverso le vicissitudini storiche (esilio babilonese, secondo esodo, ricostruzione, dominio di potenze straniere) si giunge a una concezione spirituale del tempio che troverà in Gesù e nel Nuovo Testamento il suo compimento (Gv 4; 1Cor 3,16; 1Cor 16,17ss.; Ef 2; 1Pt).
Con Gesù pertanto il concetto di tempio si estende fino ad abbracciare la Chiesa e i Cristiani, che sono il "prolungamento" del corpo di Cristo. Il cristiano stesso è tempio di Dio in quanto membro del corpo di Cristo (1Cor 6,15 ; 12,27) e il corpo del cristiano è tempio dello Spirito Santo (1Cor 6,19 ; Rm 8,11).
Tutte queste affermazioni, che potrebbero portarci a relativizzare lo spazio sacro, sono invece fondamento per una corretta riflessione sui luoghi che i cristiani nei secoli hanno adibito alla loro liturgia.
Alcune conseguenze.
Come coniugo la spiritualità personale con la liturgia? Che risonanza spirituale ha in me la chiesa come edificio?
Consacrazione del tempio.
Il tempio, fin dal suo sorgere è stato accomunato a una celebrazione di consacrazione o dedicazione. Ricordiamo che fin dai tempi dell’esodo la costruzione della Tenda-Tempio prevedeva la consacrazione dell’altare degli olocausti (Es 29,36-37). Il Re Salomone a tempio ultimato celebra una liturgia di consacrazione-dedicazione (1Re 8,-66). Dopo il ritorno dall’esilio babilonese si procede alla ricostruzione del tempio e alla liturgia di consacrazione–dedicazione (Esd 3,1-12; 6,15-18). Durante l’epoca dei Selucìdi, epoca caratterizzata dall’espandersi dell’ellenismo in Palestina, i Maccabei, difensori della fede dei padri, procedono alla ricostruzione e consacrazione del tempio di Gerusalemme (1Mac 4,36-59).
Una caratteristica comune a tutte queste liturgie è la gioia e l’esultanza. Per estensione possiamo vedere anche Ne 8,1-12; Sal 26,4; Sal 121,1. La gioia accompagna lo stare nel tempio o il desiderio di potervi giungere o la rinnovata consapevolezza che il Signore non abbandona chi confida in Lui.
Alcune conseguenze.
Sono passati cinquanta anni dalla consacrazione della nostra chiesa parrocchiale. Quale pensi possa esserne stata l’incidenza sui parrocchiani? Può aver inciso di più l’aspetto sociale, aggregativo, o quello liturgico-spirituale? Può essere cresciuto il senso ecclesiale?
Memoria – memoriale.
Quello della memoria e del memoriale è una esperienza religiosa fondamentale per Israele. La memoria, in senso biblico, intende riferirsi a incontri avvenuti nel passato, nei quali si è stabilita l’Alleanza. Ricordando questi fatti primordiali, Israele rafforza l’alleanza; porta a vivere l’ "oggi" con intensità di presenza che deriva dall’alleanza. Soltanto il fedele ricordo del passato può assicurare il buon orientamento del futuro. Fin dal suo sorgere come popolo salvato (Es 12,14) Israele è chiamato da Dio a ricordare, a ritornare con la mente e con il cuore a quanto Lui ha compiuto. Questa memoria non è semplice ricordo ma è proiezione in avanti, diventa attesa del compimento di quanto Dio ha promesso nella sua Alleanza (Is 63,15; 64,11; Sal 77; 79; 80; 89). Ma è in Cristo Gesù che la memoria diventa atto presente. Il ricordo delle promesse e dell’Alleanza diventa attuale con l’avvento di Cristo che ricapitola in sé il tempo (2Cor 1,20; Lc 1,54.72) In Cristo, Dio si ricorda dell’uomo e l’uomo non deve più cercare Dio nel passato, ma oggi, in Cristo (Gv 14,6ss; 2Cor 5,16ss). Gesù Cristo, infatti, è l’uomo definitivamente presente a Dio, e Dio definitivamente presente all’uomo. Il Cristo sommo ed eterno sacerdote ci fa accedere al Padre (Ef 2,18; Eb 10,19).
Quanto detto è il fondamento del memoriale liturgico (Lc 22,19; 1Cor 11,24-25; Eb 10,3) che attualizza e rende presente l’unico e perfetto sacrificio di Cristo.
Alcune conseguenze.
La mia comunità parrocchiale ha una storia e io ne faccio parte! Può essere anch’essa "storia di salvezza"? Cosa significa allora, per me, celebrare il 50° della mia chiesa parrocchiale? Dove mi conduce questa storia? Come voglio vivere questa storia?
Conclusioni.
Siamo giunti al termine di questa chiacchierata. Vi ringrazio per la pazienza! Le conclusioni potrebbero essere tratte da ciascuno di voi e sarebbe la cosa più giusta dal punto di vista esistenziale.
Proverò ugualmente a trarre delle conseguenze generali da quanto detto finora. La consacrazione della chiesa che ricordiamo quest’anno copre un arco di cinquant’anni.
Molti di noi all’epoca non erano nati e non abbiamo avuto la percezione bella ed entusiasmante del vedere, giorno dopo giorno, elevarsi l’edificio della chiesa. Non abbiamo partecipato alla solenne liturgia della consacrazione e non abbiamo gustato il profondo senso sacrale che da essa promanava.
Abbiamo però avuto modo, e lo abbiamo tuttora, di sperimentare la realtà più intima di questo evento: l’essere Chiesa, di rappresentarla per la nostra parte, di chiamarci ed essere parrocchia Madre della Divina Provvidenza.
Su questa realtà penso sia utile riflettere con passione e schiettezza senza avere l’urgenza di risolvere problemi pastorali. Riflettiamo per il gusto di riflettere sul nostro "essere Chiesa". La Diocesi quest’anno, tra l’altro, offre alla nostra attenzione il libro degli Atti degli Apostoli. Occasione quanto mai propizia per riflettere in tale direzione. La Sacra Scrittura ci può offrire lo spunto per guardare la realtà che viviamo oggi con lo sguardo di Dio.
Questo però richiede disciplina, richiede rigore, richiede pazienza. Caratteristiche che forse abbiamo dimenticato, con le quali abbiamo perso dimestichezza, che non trasmettiamo alle generazioni future. Commettiamo l’errore di lasciarci conformare alla mentalità di questo mondo (cf. Rm 12, 1-2).
Il segreto di una buona vita ecclesiale sta nel tenere lo sguardo rivolto a Cristo, come Cristo lo tiene rivolto verso il Padre (Gv 1,1). Se vi ricordate questo era il tema sviluppato dal prof. De Santi nell’incontro di settembre.
Il 50° della Consacrazione della Chiesa parrocchiale ci offre la possibilità di intraprendere un itinerario di spiritualità ecclesiale. Questo cosa significa concretamente? Innanzitutto una spiritualità ecclesiale non è qualcosa di nuovo o che si aggiunge a quanto già viviamo. Noi nasciamo come Chiesa. Fin dal giorno del nostro Battesimo siamo Chiesa e nel pieno rispetto della nostra individualità. Il cristiano, anche se non lo sa, è un "soggetto ecclesiale" perché "chiamato", perché "convocato" dal Signore.
L’ecclesialità richiama da vicino un’altra caratteristica quella della comunione. Atti degli Apostoli usa il termine greco "koinonia" o anche "cuor solo e anima sola" (At 4,32). Lungi dall’essere qualcosa di emotivo ed epidermico il "cuor solo e anima sola" di Atti degli Apostoli, ci riconduce al fondamento di questa "comunione" che è Cristo, pietra angolare (At 4,11-12; Sal 118,22; 1Pt 2,4.7).
Si potrebbero elencare altre caratteristiche della spiritualità ecclesiale ma ritengo sufficiente fermarsi a queste due, che sono il fondamento. Eventualmente, se interessa, si potrà in futuro riprendere l’argomento.
Avviandoci alla conclusione del tema prefissato, diciamo che il "senso della memoria" risiede proprio nella consacrazione del tempio. Come cristiani, come realtà ecclesiale, siamo legati a questo tempio, a questa chiesa. Un legame non materiale, non siamo legati alle pietre che compongono questo edificio, errore che si ripete spesso nel tempo, ma siamo legati spiritualmente a quella consacrazione, a quel evento generativo, il Signore ci ha costituiti "ecclesìa". Il nostro "ricordare" il 50° pertanto, non dovrebbe essere solo "cronachistico" aiutati da tante belle "foto di allora", ma "salvifico": "Oggi la salvezza è entrata in questa casa" (Lc 19,9).
Ma se è il Signore che è entrato in questa casa, portandoci la salvezza, non siamo noi i "padroni della situazione" ma Lui!!!
Rientriamo, come vedete, nella logica paolina della "risposta" alla salvezza ricevuta. Rispondo al Signore con il mio "sì", con il mio "eccomi", con lo stupore di chi ha avvertito il calore della sua parola lo ha "riconosciuto nello spezzare il pane" (cf. Lc 24,31-32).
Firenze 29 novembre 2009 P. Mauro M. Espen CRSP